17.1.21

La vita e la morte

 


 Pochi giorni fa è venuto a mancare un mio conoscente. Non dico "amico" perché è una parola di cui si abusa e perché non mi sento di definirlo tale. Era un ragazzo educato, benvoluto da tutti, uno che si faceva gli affari suoi. Ricordo che era schivo ma in compagnia si apriva ed era sempre pronto alla battuta. Era bravissimo nel pungolare i piccoli difetti altrui con frasi o espressioni che ti facevano cascare a terra dalle risate. Ricordo bene una gita a Fondi e Terracina, eravamo agli albori del nuovo millennio, quando io tra l' altro capitai in stanza anche con lui e veramente mi fece sganasciare dalle risate. Sono andato spesso a correre con lui, giocava ogni tanto a pallone nel nostro gruppetto, sebbene non si potesse dire che fosse un appassionato del gioco. Lo faceva perché era uno che quando stava in gruppo cambiava del tutto. Tanti anni fa si è trasferito al nord, dove ha fatto carriera nell' esercito ma tornava spesso nel nostro paesino e anche se io di fatto non ci ho più parlato, eccetto i convenevoli quando stava di luna buona, ho serbato un buon ricordo. Sovente è stato visto girare con dei sacchetti a raccogliere i rifiuti buttati sul ciglio della strada o nei campi e nei boschi, una cosa che, per esempio il sottoscritto si era ripromesso di fare ma non ha mai fatto. Era nel pieno della vita, stava costruendo un radioso futuro fino a quando... ha deciso di togliersi la vita.

Io mi sono sempre chiesto perché accadano certe cose che magari nelle grandi città passano in sordina, roba giusto per chi legge ancora i trafiletti della cronaca locale sui giornali ma per le piccole comunità come quella del mio paese sono fatti epocali, eventi che nel vero senso della parola lasciano il segno e cambiano tutto. In un certo senso è come tirare una linea su un foglio bianco.  Sono fatti che lasciano lo sgomento, la sensazione di chiederti "ma è successo davvero? Qui? Proprio lui?" La morte, va da sé, è una cosa che per quanto inevitabile prima o poi non si augura a nessuno. Nemmeno al peggior nemico! La morte naturale però può essere elaborata ed accettata; anche chi muore ammazzato per quanto sia orribile, verrà pianto e poi il tutto sarà in qualche modo assorbito dal tempo sebbene certe ferite lascino delle cicatrici inimmaginabili per chi non ci è passato. Io sono però convinto che si possa più facilmente capire il gesto di una persona che uccide, perché può essere un delinquente, un aguzzino, un malato, un drogato o se preferite un mostro. Ma come si fa a capire una persona che si uccide? Cosa ne sappiamo noi del conflitto dentro di sé che possa provare per arrivare a compiere un tale gesto? Quali indicibili sofferenze può provare nel suo "io" una persona nel momento in cui sa che morirà per mano sua? Tutto questo non riesco a spiegarmelo. Un rimedio non c'è . Non si può accettare. Arrivare al punto di essere certi che non ci possa essere una soluzione al problema che ti sta portando nell'abisso, è una cosa atroce, di una schiettezza e una fermezza che ti sconquassano. 

Mi ricordo dell' ultima volta in cui l'ho incontrato, forse in ottobre o inizio novembre. Stavamo camminando su due strade diverse e non eravamo vicinissimi ma fece finta di non vedermi, io a dire il vero neanche feci un tentativo di salutarlo o avvicinarmi. In questi momenti mi chiedo: e se lui avesse già avuto qualche tarlo dentro che lo consumava? E se magari io l' avessi chiamato e avremmo parlato come sarebbero andate le cose? Tutto è assurdo perché come ho già detto era schivo e non di rado mancava di salutare anche persone più anziane, cosa che del resto facevo anche io fino a qualche anno fa e in fondo ognuno saluta chi vuole e quando gli pare! Però sto veramente pensando: aveva tutto in mente già allora? Chi potrà mai dirlo? Nessuno ma anche se fosse il contrario, questo purtroppo non cambierà lo stato delle cose. Lui non c'è più, ed ha lasciato un vuoto straziante, incolmabile, incommensurabile.

3 commenti:

  1. il brutto del carattere chiuso è che poi ti fa soffrire per quello che volevi fare e non hai fatto. Così io perché stavo con amici e con la giovine consorte su un marciapiede ad Anzio, non fermai quel vecchietto sottobraccio alla sua badante che mi aveva dato modo di conoscere il mondo del lavoro prendendomi nella sua ditta prima che partissi per il militare. Lì per lì mi dissi che non poteva esser lui, così vecchio, però non mi sarebbe costato nulla fermarlo e salutarlo, così ogni volta che mi capita l'occasione lo faccio: "buon giorno ingegner Iezzi" .
    p.s. per caso, passando da Barbara, ti ho rintracciato, ma che hai cambiato indirizzo del blogghe??

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  2. Non si capirà mai il perché di scelte così, né passerà il dolore, la mancanza, né tantomeno ol tarlo, il pensiero "se quella volta avesdi fatto diversamente".
    Si potrà cercare di accettate la scelta fatta dall'amico, tenerselo dentro con affetto, ma anche a distanza di anni sarà sempre così.
    Purtroppo

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